Ho amato molto questo libro.Forse perché l'ho letto in un momento particolare della mia vita… forse perché amo tutto ciò che è fiabesco… forse perché è davvero un gran bel libro. Ma io ne ho amato ogni singola parola, ogni virgola, ogni espressione.Ed ho amato, Lei, Clarissa Pinkola Estès, l'autrice.Mi è quasi sembrato di vederla scrivere, di udirne il respiro mentre redigeva le bozze di questo bellissimo, coinvolgente saggio, cercando di insegnare a noi donne il modo in cui svegliare la donna selvaggia.Perché "Donne che corrono coi lupi"?Perché la lupa è un animale non addomesticato, selvaggio, robusto,con un forte istinto materno.La lupa fiuta, sente, cammina con passo leggero nella foresta, difende i cuccioli della sua specie, vive nel branco con i suoi simili , si accoppia scegliendo un compagno che resterà al suo fianco, spesso, per tutta la vita.
Una metafora illuminante per tutte le donne.
Solo che i lupi vivono ancora allo stato selvaggio mentre le donne, condizionate dal contesto socio culturale in cui si trovano, hanno dimenticato e spesso sopito la parte istintuale dentro di sé smettendo di ascoltarla e di farsi guidare da essa.Spesso sono addormentate forze ed energie potentissime che ogni donna scoprirebbe di avere se solo svegliasse dal torpore la donna selvaggia."Donna selvaggia", allora, non significa "inselvatichita", "primitiva"… la donna selvaggia è la donna che vive all'interno della sua psiche una vita naturale, mantenendo la sua integrità innata.
"Con la donna selvaggia come alleata, guida, modello, maestra, noi vediamo non con due occhi, ma con gli occhi dell'intuito… Quando facciamo valere l'intuito, siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi"
Definire Clarissa pinkola Estes analista di scuola junghiana è riduttivo. Infatti è stata, anche, direttrice del C.G.Jung Center di Denver ed ha conseguito il dottorato in etnologia e in psicologia clinica.Di origine ispano-messicana, è stata adottata da una famiglia ungherese.Nel corso della sua vita non si è fermata allo studio teorico ma è andata in giro per il mondo, nei posti più remoti e presso i popoli più strani, raccogliendo testimonianze su fiabe, leggende e miti.Di questi ha colto affinità e differenze, riscontrando, in tutti, un tratto comune che va ben oltre la scontata "morale della favola".In esse vi è la ricerca e la scoperta del femminino, dell'archetipo femminile, della donna selvaggia.
Nelle storie l'autrice ci vede una sorta di allegoria in cui riconoscersi e trovare i rimedi "per reintegrare o reclamare una pulsione psichica perduta".Nelle storie, rilette in chiave psicanalitica, troviamo una antica saggezza, spesso tramandata oralmente di generazione in generazione, in cui vengono rappresentate situazioni-tipo nelle quali la donna si trova ad affrontare sentimenti, emozioni, crisi, rotture,transizioni psichiche.Nelle storie vi è la voce ancestrale delle antenate che cercano di illuminarci e guidarci nel fitto della foresta.Ecco, allora, che l'autrice è ben più di un'analista.Ben più di un'etnologa.E' una "cantadora", una cantastorie. E se è vero che "le storie sono un balsamo" , la Estés è la Donna che ha trovato in sé le radici del femminino più puro, è la Donna che ha imparato ad ululare e che ci invita a fare altrettanto per farci riconoscere dal branco.
Le storie, dice la Pinkola-Estès , sono un DONO della Donna selvaggia ed "hanno un tale potere: non ci chiedono di fare, essere, agire. Basta ascoltare"E noi "siamo in grado, col tempo, di trovare il mito o la fiaba-guida che contiene tutte le istruzioni di cui una donna ha bisogno per il suo sviluppo psichico"
Il saggio rappresenta un percorso che va dall'iniziazione a tutte le fasi della vita psichica al femminile: il recupero dell'intuito, l'amore, l'istinto di conservazione, la vita creativa, la collera e il perdono.Leggere questo saggio ci fa capire che forse è il momento di fermarsi e stare ad ascoltare la voce che abbiamo dentro :"Quando la vita della donna è in stasi, è nel tedio, allora è tempo per la Donna Selvaggia di emergere"
Molte fiabe sono già note, altre meno e vanno dai miti e leggende dei nativi americani, alle fiabe europee e russe, alle fiabe asiatiche. E' stupefacente come, a distanze fantascientifiche tra culture,territori, razze e religioni, nelle storie riemerga sempre la voce della donna selvaggia.
Tra le tante ne citerò solo alcune per non rovinare il gusto della lettura:
BARBABLU', ovvero il predatore naturale della psiche.Barbablù, o l'Uomo Nero… abita nella psiche di tutte le donne. Sono le fobìe, le paure innate che portano alla reclusione. Per tenerlo sotto controllo la donna ha bisogno prima di tutto di individuarlo e guardare anche le cose che di cui ha paura (la scoperta della camera con gli scheletri delle spose uccise da Barbablù).Solo mantenendo viva la capacità di introspezione, l'intuito, la resistenza, la donna potrà controllarlo.Nella favola questa forza è rappresentata da una donna giovane che, scoperta la natura del mostro impara a spiarlo e gioca d'astuzia, alfine vincendo.
SCARPETTE ROSSE, ovvero la dipendenza, l'ossessione e l'autoconservazione.Malgrado le apparenze é una favola agghiacciante. Una bimba era tanto attratta da un paio di scarpette rosse che le indossava anche contravvenendo agli ordini. Le scarpe furono oggetto di un anatema per cui ogni volta che la bimba le indossava non poteva fare a meno di ballare. Le furono tolte ma lei le occhieggiva sempre con desiderio sicché indossatele ricominciò a ballare senza potersi fermare. Uno spirito disse "ballerai fino a diventare un fantasma, finché non resteranno, di te, che visceri danzanti" La bambina, allora, si recò dal boia e poiché malgrado questi non fosse riuscito a toglierle le scarpe pur avendone reciso le fibbie, lo pregò di tagliarle i piedi per liberarla dall'incantesimo.E' evidente il riferimento a quelle forme patologiche di dipendenza (come la tossico-dipendenza) in cui la donna è attratta suo malgrado da quelle scarpette così invitanti e così malefiche sinché queste diventano un tutt'uno col suo corpo.L'istinto di conservazione deve portare alla consapevolezza di questa dipendenza, alla volontà di uscirne anche se il percorso è difficile e tormentato accettando anche una dolorosa mutilazione piuttosto che la morte.
LA DONNA SCHELETRO: ovvero la natura Vita/Morte/Vita dell'amore.Quando un pescatore tira su la rete vi trova impigliato uno scheletro. L'uomo si spaventa e fugge ma essendo impigliato a sua volta nella rete, quelle ossa bianche pare vogliano inseguirlo.Giunto a casa si calma e prova pietà per la donna scheletro: la ricompone e la distende sul letto coprendola con una coperta e sdraiandosi accanto a lei. Durante la notte, nel sonno, all'uomo sfugge una lacrima a cui la donna scheletro si disseta. Quindi, prende il cuore dell'uomo addormentato e battendolo come un tamburo canta "carne, carne, carne". Lo scheletro, allora, si ricopre di carne e diventa una fanciulla meravigliosa.Anche qui è evidente l'allegoria: il corteggiamento tra uomo e donna fatto di paure, fughe, riconciliazioni. Ed infine il trionfo dell'amore che premia il pescatore trasformando in un tesoro l'oggetto delle iniziali paure.
IL BRUTTO ANATROCCOLO: ovvero, la ricerca del branco.Quanti di noi si son trovati a disagio perché inseriti in un contesto innaturale, che non è nostro?Quanti di noi hanno pensato di non avere capacità semplicemente perché nel gruppo sbagliato?
LA PICCOLA FIAMMIFERAIA: un esempio da non seguire.La piccola bambina, poverissima, accende gli ultimi fiammiferi che ha per poter restare a guardare dalla finestra l'opulenza dei ricchi morendo, infine, assiderata.Il messaggio è chiaro:"quando sono fuori al freddo, le donne tendono a vivere di fantasia più che di azione" Quando la piccola fiammiferaia accende gli ultimi fiammiferi, usa le sue ultime, magre risorse per fantasticare anziché agire. La vittoria dell'effimero sul vitale.Se la creatività, la fantasia, le capacità di una donna non sono apprezzate, bisogna andar via, altrimenti si vestono gli stracci della piccola fiammiferaia e si va incontro alla morte psichica.
Questa e tantissime altre fiabe per andare alla ricerca dell'archetipo femminile, per riscoprire le nostre risorse, ovvero la DONNA SELVAGGIA, due parole che, secondo l'autrice significano "llamar o tocar a la puerta", bussare lieve alla porta della psiche femminile più profonda.
Basta schiudere quella porta per far emergere la donna selvaggia .Perché :"Ovunque e sempre, l'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe"

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